La fiaba dell’Albero spettinato

In un coloratissimo boschetto non lontano dal mare erano cresciuti, col passare degli anni, alberi dai tronchi nodosi e dalle chiome maestose che profumavano di salsedine. Ogni albero era orgoglioso della propria storia, del tempo che lo aveva reso sempre più robusto, sempre più alto, sempre più vicino alle nuvole e al cielo.
Tra i tanti alberi la signora quercia vanitosa andava molto d’accordo con il signor faggio chiacchierone, il signor salice spettegolava di tutti con il signor abete, mentre l’ulivo spettinato e brontolone non parlava mai, se non per lamentarsi di qualcosa. A dire il vero non era simpatico a nessuno, perché aveva un brutto carattere ed era difficile essergli amico. In un angolo c’era anche un tenero ciliegino che parlava poco, ma osservava e ascoltava tanto.
Al mattino, quando la luce dell’alba li sfiorava, gli alberi si svegliavano e, sbadigliando, cominciavano a mettersi in ordine, a ricomporsi dopo la lunga notte. Tutti tranne l’ulivo, che di giorno in giorno diventava sempre più spettinato.
La brezza marina leggera e gradevole delle prime ore accarezzava i rami degli alberi, li pettinava e la signora quercia benediva quel momento perché senza fatica poteva rifarsi l’acconciatura.
Quando il sole cominciava a staccarsi dalla superficie del mare, gli uccelli cinguettanti arrivavano a stormi, sceglievano l’albero su cui adagiarsi e vi restavano per un bel po’. Saltavano di ramo in ramo e si trastullavano con gli insetti e le formiche che lì erano di casa.
Per gli alberi gli uccelli erano una festosa compagnia anche perché portavano notizie dai boschi vicini. Erano un po’ come un gazzettino che informava su tutto ciò che accadeva nei paraggi. E poi era uno svago ascoltare i loro canti, non per il signor ulivo però, che li trovava fastidiosi, ecco perché sui suoi rami gli uccelli non si posavano mai e lui restava sempre più solo.
Quando arrivava la signorina pioggia, il bosco la accoglieva con grande gioia, era il momento del massaggio. A tutti gli alberi piaceva essere solleticati dai rivoletti di acqua piovana che, come serpentelli trasparenti, scivolavano sulla loro corteccia rugosa. Ma a lui no, proprio no! Il signor ulivo non gradiva sentirsi bagnato, diceva che la pioggia gli faceva venire il raffreddore.
La neve era rara da quelle parti, ma quando in qualche rigido inverno cadeva, gli alberi festeggiavano in coro tra emozione e stupore. Si sentivano particolarmente eleganti con quegli abiti bianchi, spumeggianti e si pavoneggiavano come invitati a una festa di gala. Quando poi la neve cominciava a ghiacciare sui rami, sembrava ricoprirli di gioielli in cristallo dalle forme più strane e originali, quelle goccioline di ghiaccio brillavano e impreziosivano la notte. Che spasso per la signora quercia! Il signor ulivo, invece, borbottone come sempre, continuava a muoversi per scrollarsi di dosso la neve che lo faceva sentire come uno stupido fantasma.
Era un gran bel bosco e quando c’era silenzio si sentiva il mare.
Un giorno il signor salice in confidenza disse all’amico abete a bassa voce: “Ma come fa il signor ulivo a starsene sempre lì in disparte come se non fosse di questo bosco?”
“Me lo chiedo spesso anch’io sinceramente, ma cosa ci vuoi fare?”
“Proprio un bel niente,” aggiunse il signor faggio.
“Qualcosa si potrebbe fare,” disse il giovanissimo signorino ciliegio, intervenendo nella conversazione.
“E cosa? Si vede che tu non lo conosci ancora bene!” osservò il signor salice.
“Abbiamo provato in tutti i modi e più volte a farlo cambiare un po’, ma è sempre stato tempo sprecato!” questa volta era la signora quercia a dire la sua, badando a non farsi udire dal signor ulivo. Intanto lui, sentendosi osservato, cominciò a guardarli di sottecchi, tentando di carpire qualche stralcio della loro conversazione. A un certo punto, spazientito, sbottò: “Ehi, voi, cosa avete da guardare?”
“E perché mai dovremmo guardare un tipo come te? Sempre spettinato, imbronciato, dallo sguardo cupo, a dire il vero con quel temperamento metti quasi paura!” fu il commento della signora quercia. “Ah, bella questa! E cosa dovrei fare, somigliare forse a te? Sempre a darti arie come se fossi una principessa! Mi fai pena!”

“Vedi, ciliegino, è impossibile chiacchierare con lui senza litigare!” la voce giunse dal fondo.
Il signorino ciliegio era davvero dispiaciuto. “Senti un po’,” disse, rivolgendosi al signor ulivo, “ma tu perché sei così arrabbiato, con chi ce l’hai?”
Il signor ulivo restò per qualche attimo in silenzio. Con quel ciliegino non aveva mai parlato, ma sembrava simpatico.
All’improvviso rispose: “Da quando sono nato, in questo bosco, non ho mai visto crescere fiori intorno a me, sempre solo erbaccia, mai un usignolo che sia venuto a cantarmi una ninnananna o un’allodola a darmi il buongiorno. Più che un albero, mi sento uno spaventapasseri. Nessuno ha voglia di prendersi cura di me e questi altri qui intorno non fanno che criticarmi tutto il tempo. Io li sento, faccio finta di dormire, ma sono sveglio e ascolto ciò che dicono. Vedo come si comporta soprattutto lui, il signor salice che spettegola e poi si nasconde dietro quella lunga chioma.”
Era la prima volta che il signor ulivo riusciva a raccontare qualcosa di sé, la prima volta che qualcuno lo ascoltava, strana sensazione, si sentiva quasi meglio ora che aveva detto ciò che da tempo avrebbe voluto esprimere, se solo avesse saputo a chi. Sollevò lo sguardo come per misurare la reazione del suo pubblico. La signora quercia sembrava intenerita, il signor abete molto attento, anche il signor salice rimase sorpreso, perché prima di allora non aveva mai udito il signor ulivo parlare con tono sommesso. Dagli altri alberi giunse un leggero mormorio unito ad un fruscio di fronde, poi fu silenzio.
Ai piedi di ogni albero c’erano tanti bellissimi fiori di vari colori, di profumi diversi, il signor ulivo aveva ragione, intorno al suo tronco c’era solo erbaccia.
Ciliegino si allungò sino a raggiungere il signor ulivo, tentò di sfiorargli con uno dei suoi rami il fusto vigoroso.
“Vedi,” gli disse il signorino ciliegio “il vento ha provato ad abbracciarti ma tu lo hai trovato fastidioso, la pioggia avrebbe voluto coccolarti ma tu l’hai accusata di farti ammalare, gli uccelli avrebbero desiderato cantarti mille ninnananne ma tu li hai sempre spaventati con il tuo vocione. Tanti semi si sarebbero annidati volentieri lì vicino a te, ma hanno chiesto al vento di essere spostati un po’ più in là per paura che tu non gradissi le loro fragranze. Persino il sole ti ha evitato e per questo sui tuoi rami non ci sono mai stati frutti.”
“Tu dici?” osservò il signor ulivo. “E come posso rimediare?”
“Semplice, basta abbandonarti ai suoni, ai colori, a tutte le sensazioni della natura con curiosità, con fiducia, con leggerezza.”
Era già l’ora del tramonto, il sole spariva dietro la linea del mare e si portava via un altro giorno.
Il signor ulivo, guardandolo, si promise che avrebbe provato a seguire il consiglio del giovane amico.
Il sole tornò a illuminare il bosco per giorni e giorni e la luna svolse il suo turno per numerose notti. Intanto il signor ulivo aspettava con pazienza, anche se non sapeva esattamente cosa.
Una mattina un tiepido raggio gli titillò il naso, svegliandolo. Il signor ulivo si stirò i rami e poi li scosse sino a far vibrare ogni fogliolina. Le goccioline di brina che lo ricoprivano gli donarono un’ondata di benessere. Era tornato in forma, agile, leggero. Si guardò i rami, tra una foglia e l’altra c’erano delle gemme color verde chiaro, le guardò con curiosità, con stupore, con immensa gioia, quella gioia che forse non aveva mai provato: erano i suoi frutti.
Intanto ai suoi piedi, tra i ciuffi d’erba, facevano capolino violette, margherite e tanti altri fiori germogliati qua e là in un delizioso disordine. Nell’aria avvertì un profumo diverso, l’odore del mare si mescolava a nuovi aromi. Sentì un pettirosso posarsi su uno dei rami, poi un fringuello e ancora una rondinella, non avevano più paura di lui, i loro saltelli lo emozionarono. Sentì la linfa risalire dalle radici sino ai singoli rami!
Ciliegino faceva finta di niente, ma canticchiando strizzava l’occhio al signor salice, al signor abete, al signor faggio e alla signora quercia, che dondolava il tronco come chi avesse voglia di ballare la samba. Ciliegino cercò poi anche lo sguardo degli altri alberi del bosco e intanto sorrideva contento, molto contento.

 

Racconto tratto dal libro “L’albero spettinato e altre storie” di Virginia Rizzo.

Ringraziamo l’autrice per la gentile concessione a pubblicare il racconto.

 

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